Vedere un figlio che ha raggiunto l’età adulta dibattersi con l’insicurezza provoca una sensazione paradossale: da un lato vorresti proteggerlo come quando era bambino, dall’altro sai che proprio questa protezione potrebbe danneggiarlo ulteriormente. Questa fase di transizione, che gli psicologi dello sviluppo chiamano adultità emergente, rappresenta uno dei momenti più delicati sia per i giovani che per i genitori.
La difficoltà principale risiede nel fatto che i modelli educativi che hanno funzionato durante l’infanzia e l’adolescenza ora risultano inefficaci, e molti genitori si trovano a navigare senza bussola in un territorio sconosciuto. Il rischio è oscillare tra due estremi ugualmente dannosi: l’iperprotezione che infantilizza o il distacco emotivo interpretato come indifferenza.
La trappola dell’efficienza genitoriale
Quando un figlio manifesta fragilità nell’autostima, l’istinto materno spinge a “risolvere il problema”. Si cercano soluzioni immediate, si dispensano consigli non richiesti, si organizzano situazioni che potrebbero aiutarlo. Questa strategia, per quanto animata dalle migliori intenzioni, comunica un messaggio pericoloso: “Non sei capace di farcela da solo”.
La ricerca sulla psicologia motivazionale ha dimostrato che l’autostima autentica si costruisce attraverso esperienze di competenza autoattribuita, non attraverso rassicurazioni esterne. Secondo la teoria dell’autodeterminazione, l’autostima emerge dal soddisfacimento di bisogni di autonomia, competenza e relazione, e interventi eccessivi genitoriali possono minare l’autonomia riducendo la motivazione intrinseca. Quando interveniamo costantemente, priviamo i nostri figli dell’opportunità di sperimentare quella sensazione vitale: “Ce l’ho fatta con le mie forze”.
Ascoltare senza riparare
Una delle competenze più sottovalutate nel rapporto con giovani adulti è l’ascolto riflessivo. Non si tratta semplicemente di tacere mentre l’altro parla, ma di creare uno spazio emotivo in cui il figlio possa esplorare i propri sentimenti senza sentirsi giudicato o immediatamente “corretto”.
Quando tuo figlio condivide una difficoltà , prova a resistere all’impulso di offrire immediatamente una soluzione. Invece, rifletti ciò che hai ascoltato con frasi come “Sembra che tu ti senta sopraffatto da questa situazione” oppure “Capisco che questa esperienza ti abbia fatto dubitare delle tue capacità ”. Questo approccio, validando le emozioni senza minimizzarle, permette al giovane adulto di sentirsi compreso piuttosto che inadeguato.
Domande che aprono invece di chiudere
Le domande giuste possono trasformare una conversazione da monologo genitoriale a processo di autodiscovery. Sostituisci le affermazioni con domande aperte che trasferiscono il controllo dall’esterno all’interno, elemento fondamentale per lo sviluppo dell’autostima:
- “Cosa pensi che potrebbe funzionare in questa situazione?” invece di “Dovresti fare così”
- “Quali sono le tue risorse quando affronti momenti difficili?” invece di “Sei sempre stato bravo in…”
- “Come ti sentiresti se provassi questo approccio?” invece di “Sono sicura che andrà bene”
Questo tipo di dialogo promuove una maggiore resilienza e aiuta tuo figlio a sviluppare fiducia nelle proprie capacità decisionali, riducendo la dipendenza dal giudizio esterno.
Condividere vulnerabilità autentiche
Una strategia controintuitiva ma estremamente efficace consiste nel condividere le proprie esperienze di insicurezza, passate e presenti. Non si tratta di riversare i propri problemi sul figlio, ma di normalizzare il dubbio e l’incertezza come parte dell’esperienza umana.

Raccontare episodi specifici in cui anche tu hai affrontato momenti di scarsa fiducia in te stessa – soprattutto se seguiti da come hai gestito quella fase – offre un modello realistico di resilienza. Evita però le narrazioni troppo eroiche o quelle che si concludono con “e poi ho capito che bastava crederci”: la vita vera è più complessa, e i giovani adulti lo sanno perfettamente.
Celebrare gli sforzi, non solo i risultati
La cultura della performance ci ha insegnato a valorizzare esclusivamente i successi misurabili. Ma l’autostima fragile ha bisogno di nutrimento diverso: il riconoscimento del coraggio processuale, non solo del traguardo finale.
Quando tuo figlio intraprende qualcosa di difficile, anche se il risultato non è quello sperato, riconosci apertamente il valore dell’aver provato. “Ho notato quanto ti sia impegnato in questo progetto, indipendentemente dall’esito” ha un impatto profondamente diverso da “Peccato, la prossima volta andrà meglio”. Il primo messaggio valida l’identità e lo sforzo; il secondo, implicitamente, conferma il fallimento. Lodare gli sforzi promuove una mentalità di crescita e autostima intrinseca, riducendo la paura del fallimento.
Ridefinire il ruolo genitoriale
Forse l’aspetto più doloroso di questa fase è accettare che il tuo ruolo sta cambiando. Non sei più la principale fonte di sicurezza e validazione per tuo figlio, né dovresti esserlo. Il tuo compito ora è quello di consulente disponibile, non di manager della sua vita.
Questo significa rispettare i suoi tempi, anche quando ti sembrano irragionevolmente lenti. Significa tollerare l’ansia di vederlo fare scelte che tu non approvi completamente. Significa accettare che costruirà la propria autostima attraverso percorsi che non avresti mai immaginato.
Creare opportunità senza forzature
Puoi comunque facilitare esperienze che favoriscano lo sviluppo dell’autostima, ma con tocco leggero. Menziona opportunità senza insistere, metti a disposizione risorse senza imporle, rimani disponibile senza essere invadente.
Gli esseri umani hanno tre bisogni psicologici fondamentali: competenza, autonomia e relazione. Il tuo ruolo è sostenerli, non sostituirli con la tua presenza eccessiva, poiché ciò erode la motivazione autonoma e la capacità di tuo figlio di costruire fiducia in se stesso.
Quando cercare supporto professionale
Esiste una differenza tra normale insicurezza legata alla fase di vita e problematiche più profonde che richiedono intervento specialistico. Se noti ritiro sociale persistente, verbalizzazioni fortemente negative su di sé, difficoltà funzionali nella vita quotidiana o sintomi ansiosi o depressivi, suggerire delicatamente un supporto psicologico non è invadenza ma responsabilità genitoriale.
La chiave è proporre, non imporre: “Ho notato che stai attraversando un momento difficile. Cosa ne pensi di parlare con qualcuno che ha competenze specifiche in questo ambito? Potrei aiutarti a trovare qualcuno se lo desideri”.
L’inadeguatezza che senti come madre non è segno di fallimento, ma di consapevolezza. Riconoscere i limiti del proprio ruolo e delle proprie competenze è, paradossalmente, uno dei gesti più amorevoli che puoi compiere. Tuo figlio sta imparando a reggersi sulle proprie gambe, e tu stai imparando a fidarti che quelle gambe, per quanto tremanti, possono sostenerlo. Entrambi state crescendo, anche se in direzioni diverse.
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